NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE

NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE
Coi suoi silenzi, il Molise è la terra del racconto. La taverna, la piazza, la chiesa, il gradone di casa, la bottega sono posti dove c’è sempre un pensiero da tramandare, una storia da condividere, una lacrima da piangere o un sorriso da rallegrare. È la terra del racconto perché, volendo, il ritmo del tempo consente di trovare anche un solo momento per parlare con le persone del posto e con quelle di fuori, con gli adulti e con i bambini.

Tholos, rifugi per pastori


Quando la testa è vuota si può provare a mettersi contro vento cercando di riempirla con tutte le idee che la massa d’aria in movimento ha tolto a qualcun altro e porta a spasso come il segnale di un ripetitore. Con un po’ di fortuna potrebbe arrivare lo spunto giusto o, se va male, succede come capita a me: se il vento è freddo mi si ghiaccia la testa e non ragiono più; viceversa, se il vento è caldo so pensare solo che mi manca l’aria. E allora io preferisco starmene dove c’è un riparo, va bene anche dentro la macchina.
Tuttavia, ho trovato un posto che è una svolta per qualsiasi persona che ama scrivere. Dov’è? Com’è? Via con l’immaginazione: si prenda un posto in montagna, dove tutt’intorno ci sono animali che pascolano col rischio prevedibile che un lupo salti fuori e faccia il suo lavoro di cacciatore. In questo posto si immagini di trovare un capanno in pietra dove dentro ci si può stare solo seduti, dove se si vuole scrivere o disegnare ci si può poggiare solo sulle proprie ginocchia; un piccolo spazio dove si accede per mezzo di una porticina stretta, dove il vento non entra e dove quando fa freddo ci si può riparare e quando fa caldo ci si rinfresca.
Un posto così l’ho trovato ma, per quanto ne sappia, non ha mai ospitato altri che non siano pastori dei secoli scorsi o animali in cerca di ripari temporanei. Sto parlando dei piccoli tholos, che si possono trovare sparsi su per le montagne del Molise occidentale. Strutture piccole costruite con pietre lisce, piatte, poggiate l’una sull’altra senza bisogno di malte e leganti. Sopravvivono, quelle che ce la fanno, solo per mutuo contrasto e sembrano uova ficcate nel terreno. Da lontano incuriosiscono perché appaiono come cumuli di pietrame misti a muschi. Hanno l’apertura buia che sembra possa portarti nei meandri della terra e invece proteggono spazi piccoli e stretti dove il calore del respiro fa da riscaldamento. Le pietre della copertura fanno come un guscio di tartaruga e l’acqua piovana scola verso l’erba mentre sulle pareti circolari si vedono gli spiragli che fanno controllare ciò che succede fuori. Insomma, architettura essenziale ma estremamente funzionale. 
Io ci sono entrato in un ricovero da pastore fatto così e mi sono seduto sulla panca in pietra ricavata, come il resto della costruzione, da quanto crollato dalla morgia.
Con un po’ di fantasia provo ad immaginare la vita di questi tholos: il pastore più ingegnoso, dopo una stagione estremamente piovosa passata sotto le chiome spoglie degli alberi invernali e dentro le nicchie naturali trovate nella roccia, provò a costruirsi qualcosa con le sue mani. Dapprima un paio di muretti con qualche tavola a chiudere. Quando i muretti, montati a secco, cominciarono ad inarcarsi verso l’interno, andò a formarsi una sorta di cupola…e da lì il tholos! Una ricostruzione abbastanza fantasiosa, la mia, ma in assenza di altre informazione mi piace cavarmela così. Penso alle pietre, bianche, ingrigite sotto l’azione delle intemperie e rifletto su quanto questo genere di architettura sia frutto dell’interazione dell’uomo con la natura: tutto materiale del posto perfettamente integrato con il contesto e modificato dalla natura stessa giorno dopo giorno. Natura che, paziente e vendicativa, un giorno dopo l’altro si riprende tutto: sollecita i rovi ad abbracciare le pietre, convince i muschi ad insinuarsi nelle micro fessure delle lisce (nome dialettale attribuito alle pietre calcaree piatte), incarica la neve di sfondare i tetti e riportare a terra quelle rocce che fanno da tegole.
Stessa sorte toccherà alle masserie che spuntano sotto quella stessa montagna, fatte con le pareti di pietra e i tetti poggiati sui tronchi degli alberi recuperati nei boschi vicini. Intorno a queste casette si allungano i muretti a secco che fanno da recinto per gli animali. Confini aperti dove due colonne, ancora di pietra, definiscono l’accesso alla masseria. Gli animali sono ospiti abituali e temporanei, in particolari momenti della giornata, quando vengono chiamati a raccolta per la conta, la mungitura o la tosatura.


A monte delle fattorie, seguendo le strade brecciate, si entra nella natura vera.
Una staccionata - fatta con pali irregolari di legno e filo spinato aggraffato a croci - separa lo spazio della libertà da quello degli umani. È proprio quel recinto, enorme, a racchiudere il meglio della natura, come fosse una riserva. Se vuoi entrarci devi sciogliere il laccio di ferro attorcigliato e aprire il passaggio che dovrebbe garantire ai pastori di custodire il bestiame. In realtà, quegli animali non hanno alcuna intenzione di andarsene via. Quello spazio è il loro da quando le prime mandrie italiche popolarono la zona e lasciarono in eredità la conoscenza del fianco caldo e di quello fresco delle montagne, l’orientamento negli spostamenti da una cima all’altra, la capacità di scovare le vene d’acqua anche nei periodi di siccità.


A dire il vero, le bestie cercano ancora qualcosa che non trovano più: hanno perso di vista i rifugi dei pastori che, un giorno dopo l’altro, la montagna si sta riprendendo pietra per pietra.

Frosolone, 21 agosto 2017



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