NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE

NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE
Coi suoi silenzi, il Molise è la terra del racconto. La taverna, la piazza, la chiesa, il gradone di casa, la bottega sono posti dove c’è sempre un pensiero da tramandare, una storia da condividere, una lacrima da piangere o un sorriso da rallegrare. È la terra del racconto perché, volendo, il ritmo del tempo consente di trovare anche un solo momento per parlare con le persone del posto e con quelle di fuori, con gli adulti e con i bambini.

L'ultimo banditore


Non se l’aspettava nessuno perché il banditore da qualche tempo non esce più eppure, alle 10.30, uno squillo di tromba ha risvegliato dal letargo le anime del paese:


“Oggi, quattordici aprile duemiladiciotto
si avvisano i cittadini che è arrivato a Vastogirardi
il Narratografo
a conoscere la storia del Banditore”

Le donne che hanno sospeso le faccende domestiche per affacciarsi ai portoni, gli uomini che hanno poggiato seghe e martelli e i bambini che, seduti nella scuola, hanno rivolto lo sguardo verso la finestra, non hanno compreso bene l’evento del giorno perché “…mo chi è sto Narratografo?”, però hanno riguadagnato il buon umore perché la voce del borgo è tornata a parlare!
Il pendio di un paese ha il profilo di un pettine, con una fila di case e una gola di vicolo, un’altra fila di case e un’altra gola di vicolo. E, ancora: una fila di case e un vicolo! Da una casa ti affacci dentro quella del dirimpettaio ma non arrivi facilmente a mirare la piazza. D’estate le voci più lontane entrano nelle finestre aperte, rimbombano dentro le casse armoniche dei salottini e si diffondono nelle rue. Ad alcune orecchie arrivano i concetti giusti; ad altre orecchie le storie arrivano ovattate e, così, nascono le fantasie popolari che possono portare anche a malintesi, parliamoci chiaro! E allora qualcuno intuì, quando forse era il medioevo o qualche secolo prima, che il vento fosse inaffidabile nel portare notizie. Si provò col passaparola ma, come succede nel gioco del telefono senza fili, una parola arrivava all’ultimo della fila con un senso completamente stravolto.  C’era bisogno di una voce per tutti, ci voleva il banditore!
Doveva essere un uomo con certi muscoli ed un fiato da fare paura, sennò quelle scalinate chi le saliva? E poi doveva leggere e comunicare, per bene, gli avvenimenti importanti. Le piazzette del borgo, i crocevia e le balconate divenivano luogo di annunci quotidiani: il corno prendeva il fiato del banditore e lo tingeva con una nota fissa, forse neanche perfettamente accordata. Qualche secondo di pausa, forse cinque o dieci, e veniva menato il bando. Menare – parente di emanare – nel dialetto acquista movimento; se lo prende il popolo, si carica tutta la forza di qualcosa che viene lanciato senza possibilità di essere ritirato! Emanare, invece, è troppo solenne. Talmente solenne che appare noiosamente statico, altezzoso, silenzioso e antipatico.
E come si mena ‘sto bando? Parole ben scandite, frasi dette lentamente e con voce alta, sostenuta da colpi di diaframma. Se fosse solo tecnica vocale chiuderei qui l’appunto. Per fortuna il banditore è una figura passionale, è un verso che starebbe bene in tante poesie. Egli suggerisce ciò che accade o che sta per accadere, anche alle persone con cui sta litigato o con cui non tanto si può vedere!
Che sia l’arrivo dell’esattore delle imposte o la festa popolare; che sia l’apertura della fiera o la comunicazione di oggetti smarriti, quando si mena il bando il popolo si ferma e ascolta. Il sugo continua a bollire ma la massaia può lasciare il fornello.
“Oggi, 18 agosto del 1968…”
e i bambini contano quanto tempo gli manca per diventare grandi mentre gli anziani contano i giorni regalati
“...in piazza sarà celebrata la ricorrenza della morte del lupo
che cinquanta anni fa fece stragi di greggi e di uomini.”

E il bando finisce così. Una pagina di diario in un faldone di archivio che i più curiosi sapranno perché rileggere.
Felice, quarto banditore di Vastogirardi, cominciò a menare il bando così come faceva il banditore quando lui era piccolo con la sola differenza che, tra gli anni ottanta e gli anni novanta, poteva annunciare in italiano. Di fatti, il banditore è un manifesto in lingua, testimone dell’evoluzione dei tempi: “Agli inizi del novecento solo il dialetto si parlava e solo il dialetto si capiva. Perciò i bandi erano in dialetto!”


Quella che non cambiava, però, era la timidezza dei primi annunci quando il nuovo banditore doveva cominciare la sua carriera e sembrava che tutti lo stessero a guardare e tutti lo stessero ad ascoltare. In effetti era così: proprio tutti erano attenti alle sue parole mantenendo un rispetto confrontabile a quello garantito al prete o all’avvocato del paese.
Il bando era una cosa seria perché, in quel pettine di case e vicoli che scrivevo prima, le persone anziane dovevano sapere se a trecento gradini più giù del loro portone ci fosse il mercato per fare la spesa, altrimenti che scendevano a fare? E le famiglie dovevano sapere se il prete, quello da rispettare, sarebbe passato a benedire le case, sennò che figura…?!
Le famiglie avrebbero avuto bisogno del banditore anche durante la guerra ma le circostanze non lo permisero. Dalle montagne attorno, i fumi degli incendi fuggivano dalle case violentate e le persone in cerca di salvezza arrivavano, disperate, in cerca di aiuto. Un banditore avrebbe potuto anche solo suonare per dire
“Oggi, 20 novembre 1943, abbiate fiducia!”
ma gli era stato proibito. In quei vicoli senza annunci, una famiglia scappata dagli Abruzzi fu ospitata nella casa di famiglia di Felice dove già dimorava più di una decina di persone. Quando la guerra arrivò a Vastogirardi, gli invasori fecero crollare i ponti stradali e avvisarono le persone di abbandonare le case vicine alle strade perché anche quelle sarebbero state buttate giù per impedire agli avversari di muoversi velocemente. Almeno, furono risparmiate le vite innocenti degli abitanti e, nel male e a modo loro, anche i tedeschi-demolitori furono banditori di salvezza…con le corna, ma senza corno! La gente, costretta a rinunciare anche alle campane per misurare il tempo, capì che le guerra era finita quando il banditore tornò a squillare la tromba!
Seguirono anni migliori con la ricostruzione, le speranze, le piccole gioie, pure i dolori e i giornalieri squilli di tromba. Eppure, in tutti questi anni, nessuno ha mai chiesto a Felice di annunciare un matrimonio o una nascita!!! Occasione persa? Macché: il buon Felice, quarto banditore della classe 1931, a parte qualche piccolo acciacco passeggero, ha il corno a portata di mano e ha due polmoni vigorosi come zampogne. Augurando a Felice una lunga vita, la buona salute e ancora tanti bandi, mi piacerebbe che tra i giovani di Vastogirardi qualcuno prendesse in carico la responsabilità civile e culturale del bando! Magari annunciando:
“Oggi, 18 agosto del 2018,
in piazza sarà celebrata la ricorrenza della morte del lupo che,
cento anni fa, fece stragi di greggi e di uomini
e che fu coraggiosamente fronteggiato da Giuseppe Di Tella,
nonno dell’amato banditore Felice Di Tella”.


Vastogirardi, 14 aprile 2018

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