Caro editore
Voglio prendermi cura di te, caro editore.
Sarò lieto di ospitarti nella mia terra, di raccontarti, di scegliere per te i momenti giusti per ascoltare il silenzio assoluto dei paesi oppure l'esplosione festosa delle estati di borgo. Leggerai le mie narrazioni mentre le appunto, al volo, sulla panca di pietra della chiesa; e ti sembrerà di scattare una fotografia con me perché saremo spalla a spalla in quell'istante in cui succede qualcosa di semplice ma emozionante. Molte delle mie narratografie - foto e appunti - nascono così, complete di tutto, in un pomeriggio intensamente vuoto.
La vita dei nostri posti è creativa - anche nel dramma; è profonda - anche nel gioco. Sono cose che si raccontano solo stando lì e che nessun algoritmo saprà mai raccontare al posto mio.
Caro editore, dovrei affascinarti con i numeri. Te li dico, ma sono quantità che non sanno descrivere l'armonia e il calore che viene fuori nel paio di ore di racconti, di passeggiate, di improvvisazioni.
Quante sono 900 storie sul Molise? Uno scrittore ne tirerebbe fuori di più, probabilmente, ma per me sono quelle importanti, indispensabili, quelle che, se le ho scritte, è perché le ho incontrate e non potevo mandarle dimenticate.
E i miei libri? Sono 4, pochi perché stanno in una mano. Ma tutte le copie che ho venduto hanno la mia dedica, che è un pensiero personale a ciascuno che lo tiene in casa. E un libro con la dedica è un regalo così intimo che si fa fatica a ritrovarlo in un negozio dell'usato. Anche perché nessuno si sentirebbe di vendere storie come quella del pastore che scriveva poesie sulle pietre e poi ci costruiva un muro. E se quattro libri sono pochi, in un baule tengo impilati i Quaderni di narratografia, che sono i miei diari rimessi in pulito e diventati collezioni - in copie limitate - per il pubblico che mi segue e per quello che, man mano, mi conosce.
Mi piacerebbe averti nel pubblico, una volta soltanto, accorto editore. In uno dei miei appuntamenti con la gente, con i bambini, con gli anziani, con i giovani, con chiunque: vado senza microfono, vado di accento locale, di dialettismi, anche di qualche proverbio. E quanto ci piace sforare oltre l'orario di cartellone, e raccontare ancora, e chiacchierare, e raccontare dei fuori programma o delle storie scritte due ore prima proprio per l'occasione. 150 appuntamenti - direi anche qualcuno in più se penso ai momenti con i viaggiatori e con i miei allievi - sono stati preziosi per me. Mi hanno insegnato la spontaneità, mi hanno fatto capire quanto sia importante guardare tutti gli occhi, ascoltare anche durante uno spettacolo. Ho imparato che un teatro vale lo stesso di una piazza, che una radura del bosco vale lo stesso di un auditorium, che una sala da pranzo vale lo stesso del cortile di un castello: raccontare è un privilegio perché c'è qualcuno che ti ascolta. E ascoltare è un privilegio perché c'è qualcuno che ti racconta. E ascoltare e raccontare è prendersi cura. Quasi amare.
Vorrei sfogliare con te le mie fotografie, quelle digitali e quelle analogiche; anche le Polaroid. Pure le cianotipie. Così come si ascoltano le persone, si fa lo stesso con gli occhi: si guardano. Così le mie immagini non sono inquadrature ma attenzioni ai gesti, alle espressioni. Non si tratta di cogliere l'attimo, si tratta di dedicare il tempo. Di apprezzare chi dedica del tempo. Non mi vengono spontanee le fotografie scenografiche; non ho voglia di perdermi in altri giochi che non siano gli equilibri di otturatore/diaframma/ISO (o ASA). Ho bisogno, desiderio profondo, di farmi compagno di certa umanità. Una compagnia da portarmi appresso per tutta la vita, per questo le fotografie devono essere vitali, come fossero dinamiche. Come fossero racconti: viene da qui la narratografia. Ne ho scattate molte, cestinando quelle che raccontavano il falso, non solo quelle mal riuscite. E non sono raccolte d'autore: sfogliarle vuol dire trovarsi a un appuntamento con quei soggetti, con certi luoghi, con determinati istanti. 300.000 fotografie digitali non sono molte in questa epoca e non sono tante neppure quella cinquantina di rullini che ho scattato, sviluppato e stampato in soffitta. Ma per me sono tesoro. E un tesoro vale quando è poco, quando è raro, quando è irriproducibile. Perché poi in una foto si nascondono tante cose non visibili immediatamente: è come guardare verso il cielo notturno a occhio nudo e collegare le dieci stelle della costellazione del Cigno. Se si inforca un binocolo e si guarda sempre lì, le stelle diventano migliaia. Il cielo più profondo. Lo stupore diventa unico. Ecco, non contano i numeri, me l'ha insegnato l'AstroNarratografia… che è sempre una mia esplorazione ed è quella che mi ha aperto verso l'universo di Molistelle, la mia opera più completa. Vorrei raccontarti Molistelle, caro editore, per mostrarti il cielo dei contadini e dei pastori, quello dei nostri emigranti e quello dei nostri scienziati sconosciuti.
Caro editore, sarai finito qui come quando inaspettatamente incrocio per caso un ammasso globulare nel cielo notturno. Oppure sarai capitato qui come quando me ne vado in giro per i paesi o per le terre e incontro una storia: è un caso.
Conosciamoci.
Raccontiamoci.
Non ti chiedo di crederci subito. Ti chiedo di leggere, di ascoltare, e poi di scrivermi.
Quando vuoi,
Stefano Di Maria, Il Narratografo
327 294 5264 - narratografo@gmail.com



Commenti
Posta un commento