Ritratti - L'uomo nel prato
Un uomo aveva una grande casa in mezzo al prato. Era la masseria di suo nonno, con la porta sul tratturo e la piccionaia rivolta verso il monte del Castello.
Paoluccio aveva tante pecore, così tante che riempivano tutto il campo intorno alla sua casa ma erano così sporche e stracolme di lana che avevano le identiche sembianze dei cespugli...e quindi pareva che l'uomo non avesse gregge.
Aveva anche un orto e una zappa, una vigna e un torchio. La città eruttò colate di catrame e lapilli di cemento e una ruspa strappò i tralci dalla terra violentando la riserva di una famiglia di dignitosi campagnoli.
Nacque in casa Paolo, un mercoledì di gennaio di ottanta anni fa; i coppi sul tetto c’erano tutti, i vetri alle finestre erano sottili ma facevano da scudo alle frecce meteoriche scagliate dal cielo. La porta era abbastanza robusta da negare al lupo di entrare in casa ma era sufficientemente tenera da conservare, intagliati, i graffi della belva impertinente.
Lui se li ricorda i lupi sotto la collina di san Giovannello: “Andavano, campagna per campagna, a prendersi una gallina, una pecora o a litigare con i cani.” Non ricorda, invece, di certi animali “…grossi, neri e con il naso forte. Li chiamano cignali…ra addonda so menute?!”
La sua casa, orgoglio di suo nonno prima e di suo padre poi, ora è fredda. Ha il camino e l'acqua corrente ma piove dal tetto al pavimento e non si può neanche salire a cambiare le tegole perché le travi sono marce e la copertura si sfonda.
E se oggi è ottobre, mancano tre, quattro, cinque mesi a marzo per rivedere un sole più caldo e un’aria un poco serena. Ora arriva il freddo contro cui Paolo non vuole bestemmiare perché rispetta i santi e confida in Dio affinché gli trovi una donna per compagnia e per tenere in ordine la casa.
Paolo sta seduto tutti i giorni difronte alla sua masseria dove nacque e dove non può più entrare. Fa la parte del guardiano, fa la parte dell’innamorato che aspetta una luce alla finestra. Fa la parte dell’aborigeno disarmato che non arretra mentre i colonizzatori avanzano.
È solo contro tutti ma il torace custodisce sentimenti nobili e fieri. Ha gli occhi grandi, azzurri, lucidi e a metà tra chi ha paura e chi ha vergogna. Ha le mani grandi, scure e le unghie lunghe. E tutte e due le tiene infilate nelle tasche che le braccia, conserte, fanno sotto le ascelle.
Aveva una foto, stracciata dal tempo, in cui portava la barba come la mia, i capelli pettinati all’indietro e il vestito. Oggi non ha più foto, se non qualcuna che mi ha permesso di scattare cinquant’anni dopo quella che il tempo gli ha portato via.
Campobasso, 22 ottobre 2017
