Fiocca come un tempo
Sono le 14.45 ed il cielo inizia ad aprirsi un po’ dopo diversi giorni di nevicate. Le contrade della città sono isolate, i paesi sono irraggiungibili e alcuni di questi non hanno sempre la corrente elettrica.
Più o meno la neve ha superato il metro di accumulo in città. La temperatura è scesa sotto i 7 gradi durante la giornata, di notte non lo so. Qualcuno dice che siamo arrivati a -10°C con una percezione di -18°C. In ogni modo, io tutto questo freddo eccezionale non l’ho sentito anche se sono uscito sempre ben coperto.
Resto per lungo tempo a guardare la città da dietro la finestra, con il respiro che appanna i vetri. Il panorama compare e scompare a seconda dell’intensità della nevicata. Delle volte non riesco neanche a vedere i tetti oltre la strada. Sulle tegole la neve è sagomata come le dune del deserto o come delle colate di yogurt. Il vento ha fatto in modo che la distribuzione della massa di neve sia disordinata e non uniforme dovunque. Gli alberi hanno un fianco bianco e l’altro di corteccia; le siepi sembrano avere grossi cappelli. Certe volte si confondono con le macchine di cui si può solo intuire la presenza perché non se ne riconosce più la forma, il colore e la posizione. Le persone che vogliono rimuovere un po’ di neve dalle macchine proprie devono provare a spolverare la neve e vedere se il colore della carrozzeria sia più o meno familiare.
L’altra notte sono tornato a casa e le persiane erano rimaste aperte ma era impossibile chiuderle visto che la neve sfrecciava contro i vetri e c’era già della neve accumulata che si sarebbe rovesciata sul mio letto. Alla mattina mi sono svegliato con la luce del giorno.
Intanto il corridoio di casa è uno spogliatoio con pantaloni, maglie, cappotti, scarpe, guanti, cappelli, sciarpe e altro messi ad asciugare dopo ogni uscita. Il fuoco della stufa mangia pellet in quantità e la riserva di sacchi basterà per altri due o tre giorni a partire da oggi.
Questi giorni mi hanno riservato incontri e riflessioni. Ho conosciuto due barboni diretti all'ospedale per poter passare la notte al caldo. Le loro storie sono difficili; nonostante gli errori commessi e da loro stessi ammessi, la punizione della miseria e del freddo è sempre troppo severa per un essere umano…anzi, per un essere vivente.
La neve, intanto, cade su tutti. Qualcuno dice di aver visto dei lupi scendere verso la città. Nel silenzio dei vicoli si sentono meglio le campane e il loro suono è più dolce perché filtrato dalla neve.
Nel centro storico si vive un’atmosfera unica: le porte che si incontrano lungo le scalinate sono tutte diverse e tutte particolari. Ci sono quelle con il vetro che si appannano e lasciano intravedere le tendine, le luci interne e le sagome delle persone che si muovono. Ci sono i portoni enormi sui quali la neve si ferma a ricalcare gli intagli, le chiodature, il battiporta e i bassorilievi dei portali. Ci sono i portoncini protetti dalle cancellate sulle quali si depositano fiocchi come polvere. In questi vicoli, ad ora di cena si sente il profumo del cucinato. Che poi questi sono giorni di festa per cui nelle pentole cuociono cose buone. Ieri sera una signora è uscita nel mezzo della tormenta portando una sedia di legno dentro la casa accanto. Poi è riuscita e ha portato nella stessa casa una pentola: storie di condivisione e di buon vicinato.
Più giù, nella città, i pullman girano a rilento e le persone si avventurano con macchine sprovviste di gomme termiche e catene. Più di qualche cittadino ha riscoperto l’utilizzo dei mezzi pubblici non potendo contare sulle proprie vetture. Per fortuna che non tutte le cabine telefoniche siano state rimosse perché alcuni viaggiatori le usano per ripararsi al posto delle capannelle di attesa che non hanno più pannelli di plexiglas a protezione.
Il cancello della villa comunale è serrato, le persone passano con i cagnolini in braccio tranne quelli che hanno i cani polari che, finalmente, scoprono la loro stagione.
La novità sono gli immigrati che non hanno mai visto la neve. Si divertono a camminare, come fanno tutti i giorni, muovendosi dalla zona dei centri commerciali fino a scendere fino alla chiesa di San Francesco. Ho visto un indiano che camminava nella neve con un piumino abbottonato sopra il suo abito tipico, con la camicia lunga fino alle ginocchia.
I negozi sono chiusi, a meno di qualche eccezione, e gli addobbi delle feste passate sono ancora affissi sui portali e dentro le vetrine perché non c’è stato il tempo per rimuoverli.
C’è chi fotografa e fa video di tutto ciò che succede; ci sono le “dirette” via Facebook per condividere con chi sta a casa quello che succede fuori dalle finestre.
Tutto molto bello, molto difficile, molto romantico, molto limitato. Manca qualcosa: mancano i bambini per strada. Ogni tanto se ne incontra qualcuno con i genitori, ma non ci sono gruppi di ragazzini che giocano negli spazi che la neve ha predisposto per i giochi. In effetti, la neve questo fa: toglie spazio agli adulti, alle loro macchine, alle loro frenesie per consentire ai bambini di farsi padroni dello spazio. Sono troppo pochi i pupazzi di neve, gli slittini, le trincee per giocare a colpirsi con le palline. Qualcuno s’è fatto il pupazzo sul balcone o sul davanzale della finestra, segno che i tempi cambiano e anche i modi di vivere le amicizie. Se è vero che la neve di quest’anno è come quella di una volta, è cambiato sicuramente il modo di stare insieme durante le bufere.
Per adesso chiudo qui, esco in centro, e provo a trovare nuovi spunti. Tre biglietti per a corriera ce li ho ancora.
Campobasso, 7 gennaio 2017



