Nota dal Matese
Come lo stambecco, razza sannita, ho corso sulle pietre del Matese tenendo addosso lo schermo d’ombra del Miletto.
Le mucche guardano a terra perché il campanaccio è pesante e tanto vale mangiare l’erba, anche se gialla e secca. Io guardo le valli campane, alcune in ombra – come quella del lago del Matese scomposto in pozzanghere – altre illuminate dal sole che, a questo momento d’agosto, va a tramontare molto presto.
In fondo, dietro la foschia, si scorge il Vesuvio e alla sua sinistra – la mia destra – vedo Ischia.
Per qualche istante, passando sulla livella del Tirreno, ho sicuramente incrociato Gibilterra, la porta di uscita dal mondo antico. I posti che vi sono oltre, io, non li ho mai visti; anche per me sarebbe il nuovo mondo.
Alle mie spalle, una carovana di cavalli recupera gli spazi vicini all'abbeveratoio. Io sono così nascosto che non sanno della mia presenza. Il cavallo grigio, forse il più anziano, procede avanti a tutti e ora che mi ha notato ha imposto alla processione di fermare l’avanzata. Andrò via perché, come loro, anche per me è l’ora di ritornare in posti sicuri per la notte.


