La prima 'ndocciata
"'nghiana 'ncoppe a ru ciucce ca é fatt tard!" (Sali sull'asino che è fatto tardi)
E così si avviarono verso il villaggio di cui si avvistavano solo alcune lontane fiaccole alle finestre.
La vita nei campi e la cura della stalla non si erano fermate neanche nelle brevi giornate del Natale. Però quella sera, come quando si festeggiava la mietitura o qualche sposalizio, la porta di casa era stata chiusa e nell'aia aveva preso corpo il fuoco che rappresentava una spinta alla partenza e il faro di ritorno al proprio giaciglio.
Da sempre, ogni membro della famiglia prendeva il suo tronchetto, lo accendeva al fuoco del suo spiazzo e partiva in processione verso il luogo di culto più vicino. Ci si scambiava la fiamma quando dal proprio tronco usciva solo fumo e, piano piano, incrocio dopo incrocio, le famiglie affiaccolate si trovavano e proseguivano più sicure verso il paese. Pregavano e cantavano sottovoce, quasi a lamenti.
La fiamma addentava il legno, masticandolo e gonfiandosi la pancia man mano che la pasta vegetale andava in digestione. La vampa a momenti sembrava volersi spegnere per poi mostrarsi vorace e iraconda, veemente nei lampi di luce, aggressiva nel calore e acre nella puzza.
Per non farsi mangiare dal demonio, l'uomo doveva raggiungere in tempio di Dio. E, per non farsi mangiare dal lupo, l'uomo avanzava bruciando le fiaccole. Il fuoco mangiava per tutti ed era a metà tra un'arma maligna e la stella divina.
Ne capitavano tante per causa del fuoco, strumento conteso tra il bene e il male: i lapilli incendiavano l'erba bruciando un po' di campagna oppure bucavano i mantelli buoni. Dunque, conveniva marciare spediti perché le fiamme sembravano rincorrere gli uomini, soprattutto nelle nottate ventose quando il fumo impazziva e finiva dentro gli occhi per dare, con le lacrime, una misura della sofferenza. Succedeva che il vento spegnesse tutte le fiaccole assieme e si doveva camminare agitando nell'aria i bastoni carbonizzati che, a contatto con l'ossigeno, emettevano una flebile luce rovente.
Arrivati nella piazza, tutte le fiaccole venivano accumulate a comporre il fuoco da cui riprendersi la fiamma per tornare alla propria casa dopo le funzioni rituali.
Un anno, in particolare, lo ricorderanno tutti. Segnò la storia. Un boscaiolo, abile con le montature in legname, partì da casa con sua moglie seduta in groppa all’asino. Aveva ingegnato una torcia con due bracci, per illuminare anche per la donna, e l'appiccò al fuoco della sua casa prima di partire. Faceva una luce innovativa e un calore invidiabile. Roba che la curiosità di chi avanzava vicino con i suoi lumini e di chi era più lontano aveva creato un corteo che, dal villaggio, sembra fosse una colata di vulcano. Una lingua di fuoco che si arrestò di colpo nel mezzo dei campi. Il popolo, che dal caseggiato ammirava la scia di fuoco che scuciva il paesaggio, venne assalito da sospetti osservando lo strano allineamento di fiaccole intorno a quella grande torcia doppia. Accadde che la funzione rituale andò deserta. Tutti andarono lì, a guardare, mentre la notte era arrivata all'ora di mezzo e un bambino stava nascendo: Gesù. La torcia a due bracci bruciava, grande come una cometa. La ‘ndoccia del boscaiolo Giuseppe avvicinava, inconsapevolmente, le persone al peso della croce che sarebbe salita al Golgota: scomoda, tagliente, oggetto di attenzioni poco solidali del pubblico. Fu la prima 'ndocciata, un cammino metaforico di cristianità.
Agnone, 8 dicembre 2017
Nota: ogni tanto è giusto impastare i racconti con un pizzico di fantasia.


