RITRATTI DI PIETRA - Pascale di pietra, verso il tramonto
Lui non ce l’aveva un patto con Dio, aveva solo una richiesta: campare fino alla fine sulla sua aspra montagna; talmente brulla che Pascale non si poteva neanche allungare sull’erba. Tuttavia, trifogli ed erbe coraggiose infestavano le rocce con prepotenza e potevano offrire sostentamento alle sue cinque pecore, al somaro e al fidato cane bianco.
Un giorno, seduto nel capanno di pietra, Pascale ruminava qualche erbetta non velenosa, un po’ allappante, ma ormai accettata dalla sua lingua. Smise di masticare quando vide passare, veloce, una lepre. Una bestiola così timida che l’aveva vista poche volte. Mentre la guardava allontanarsi, con portamento ordinato e spietato, il lupo portava via una pecora dal gregge: la montagna echeggiò furibonda alle urla di Pascale. Maledicendo il giorno che era, il pastore si avvicinò al cane caricando di rabbia il bastone: con la vista offuscata spaccò l’aria in due e colpì l’animale. Il bastone si fece a pezzi ma, ripresa la lucidità, Pascale si accorse di aver malmenato una roccia! Era un macigno uguale, uguale, al suo cane che, invece, si grattava la schiena vicino al tronco dell’unico albero della prateria.
Pascale, in quel momento, scoprì la fantasia. Legò il cane di pietra alla forza del somaro e, dopo averlo trasportato fino alla masseria, posizionò il cane davanti al cancello dell’ovile, come a fare la guardia; uno spaventapasseri per i lupi…uno spaventalupi!
L’uomo diede una ragione al suo tempo che, nei giorni trascorsi, non voleva passare mai: iniziò a cercare le pietre dove brucavano le pecore. Quei macigni maturavano come tuberi: se ne vedeva la punta ma il grosso era da scavare! Tutto il resto era da capire, da inventare: non tutte le pietre meritavano di essere raccolte. Dovevano avere una forma, incutere un timore, dovevano essere capaci di fare compagnia o di suggerire qualcosa.
La selezione dei pezzi giusti aveva sfregiato le mani di Pascale che, sempre di più, si indurivano e si storcevano…ma lui continuava. L’occhio era diventato fino, associava facilmente le sculture spontanee alle forme della natura. E mentre lui imparava quest’arte, era il povero ciuco che gliela metteva da parte. Quel somaro aveva solcato tutta la montagna: s’erano fatte decine e decine di stradine che convergevano dai pascoli verso la casa del pastore. Addirittura, Pascale caricava l’asino e, con un fischio, il povero mulo sapeva già dove andare.
Si fece un cumulo informe nell’aia della masseria: pietre contorte, bucate, cornute, spaccate, crociate, abbracciate. Pascale cominciò a sistemarle quando sua moglie gli disse:
“Ma lu vuò fa arepusà a stu povere ciucce?
Nen lu vide ca ze tè schiattanne?!”
("Vuoi farlo riposare questo povero asino?
Non vedi che sta morendo dalla fatica?")
Non vedi che sta morendo dalla fatica?")
In effetti, la pancia del ciuco toccava quasi a terra e cominciavano a comparire i pelacci bianchi della vecchiaia attorno alle narici.
Nel ciclo della vita, tornarono alla natura le forze dell’asino e della moglie. Tra la solitudine del cielo e la compagnia della roccia, Pascale divenne l’unico – o forse il solo – Re del suo campo. Costruì una muraglia con tanto di torri e arco di ingresso.
Tracciò la strada verso la sua dimora difesa da guerrieri sanniti e da bestie possenti, magari elefanti! Una fiera beveva alla fontana vicina alla porta mentre un corvo scacciava gli spiriti funesti. Tutto di pietra.
Con gli ultimi pezzi rimasti sull’aia, Pascale accese una lanterna, cerchiò a terra lo spazio per il fuoco e preparò, dinanzi alla porta, un camino con sedili e un tavolino perché quel giorno aspettava compagnia…accanto alla casa, accorciò il prato e, un attimo prima che il sole calasse, si sentì chiamare da ovest: si racconta che, guardano al tramonto, Pascale divenne di pietra.
Frosolone, 11 febbraio 2018







