RITRATTI - Biciclette portapizze
Se qualcuno li ha visti mentre portavano via la bicicletta lo dica all’edicolante, al parroco della Cattedrale o al farmacista di via Marconi. Va bene anche all'orologiaio di via degli Orefici, purché Salvatore possa sentirne di nuovo, sul palmo, il freddo della carrozzeria robusta.
C’è una stanza, al piano più alto del teatro Savoia, che fu come una soffitta. La bicicletta, dagli anni ’50, non è mai uscita da lì tenendo le ruote per l’aria come per non farle sgonfiare. Eppure macinava chilometri, su strade di celluloide e sali d’argento avvolte intorno ai mozzi delle ruote. Viaggi al buio in cui un grosso fanale costruiva scene e sonorità, proiettando quello che la strada di pellicola gli suggeriva velocemente. Da un punto, nel buio, il cono di luce affrontava il silenzio degli spazi oscuri fino a trovare un piano di materializzazione. Davanti al cono di luce, la polvere dell’ambiente evaporava verso il cielo senza segreti e la bicicletta pedalava, per giorni, sempre lo stesso giro per poi avventurarsi in nuovi mondi e ripeterli per altri giorni.
Soldataglie barbare e avvinazzate portarono via una bicicletta, a pezzi, già durante l’occupazione del teatro nel periodo della guerra. Da allora non ci sono stati nuovi conflitti ma l’altra bicicletta è scomparsa. “Portava le pizze!” dice Salvatore. Era un congegno raffinato e così sensibile alla temperatura che poteva prendere fuoco: “Di fatti, tenevo sempre con me un secchio con la sabbia”.
Tirate fuori la bicicletta che portava le pizze, per cortesia!
Non si può restare a digiuno di viaggi, vi convincerò a ritrovarla raccontandovi una storia. Per le strade di Campobasso, quando il sole faticava a trovare lamiere di automobili su cui specchiarsi, una Vespetta scandiva il tempo del pomeriggio come una campana. Rombava tra le 16.15 e le 16.30 poi si fermava e risuonava tra le 17.00 e le 17.15. “Sta passando il sergente!” dicevano le persone dietro alle finestre. Lo riconoscevano tutti i giorni, compreso il Natale, fino all’ora di mezzanotte quando il motore sospendeva l’industria delle sue combustioni. Il sergente non era un componente dell’esercito e neppure un pilota di Vespette. Era un giovane operatore cinematografico che, da un vecchio uomo di cabina del cinema di Isernia, aveva ricevuto in dono una passione. Da lui aveva imparato a cucire i nastri cinematografici perché i film arrivavano in rotoli - pizze - da montare in sequenza e da smontare per la restituzione. Aveva imparato a riparare i fotogrammi bruciacchiati, graffiati e spezzati. Aveva appreso i segreti delle lampade, dei cavi, dei lettori e fu chiamato a lavorare a Campobasso. Dunque, siccome aveva imparato a guidare la bicicletta portapizze dei cinema, con la sua Vespa doveva correre da un cinema all’altro e avviare le proiezioni con programmazione oraria sfalsata. Ecco perché i cittadini si affidavano a lui per contare il tempo pomeridiano.
Cinema teatro Savoia, cinema Modernissimo e cinema Odeon. Per quarant'anni, questo fu il territorio in cui non aveva solo una bensì tre biciclette di cui conosceva i difetti, i pregi e i film che poteva proiettare. Il proiettore del Savoia era più snob e raffinato per cui raccontava pellicole di un certo livello. La macchina del Modernissimo badava un po’ meno alle formalità e socializzava facilmente col gusto del popolo. Il mastruccio dell’Odeon, invece, era un apparecchio più vivace che qualche volta raccontava pure di scollature e baci proibiti. La questura, che controllava le schede dei film in arrivo in città, a volte non era al corrente di tutte le libertà che le pellicole si concedevano. Succedeva che la proiezione surriscaldava gli animi e gli spettatori più casti raggiungevano le cabine telefoniche e soffocavano i centralini della Polizia con segnalazioni indignate. Per altri film, dichiaratamente piccanti, le sale si riempivano di gente consapevole che doveva inventarne di tutti i colori per entrare senza dare troppo nell’occhio. Qualcuno entrava guardando il soffitto con gli occhi da miope, qualcuno alzava il bavero, qualcuno aspettava che si creasse la folla per ficcarsi nel buio della sala. In una cittadina in cui tutti si conoscevano, bastava poco per fare la figura degli svergognati anche una volta guadagnata l’oscurità della sala. Infatti, di tanto in tanto, entrava la maschera di sala che, con la pila, accompagnava i ritardatari al proprio posto e poteva smascherare qualche individuo entrato in incognito!
Le luci rosse, però, non caratterizzavano solo la perdizione dell’Odeon. Anche nel nobile Cinema Teatro Savoia definito “[…] alla stregua dei migliori cinematografi di una grande città […]” se ne vedevano delle belle! I giovani e gli amanti prendevano i biglietti per i palchetti e lasciavano che l’amore si mettesse comodo tra il divanetto e il caldo del termosifone. E poi? E poi arrivava la maschera, con la pila, oppure arrivavano i cornuti avvisati da segnalazioni di spie. L’amore fuggiva giù dai balconcini, attraverso i corridoi e le uscite di sicurezza. Certe fughe finivano in pronto soccorso…altre, più lunghe, finivano in ostetricia!
Tra gli applausi, i bisbigli, i colpi di tosse e le risate, gli anni del sergente sono avvolti tutti nei nastri che hanno fatto la storia del cinema della città. Spazi che sono stati la sua casa dove in un camerino, nei primi mesi, aveva messo il suo cuscino e appeso le sue camicie. Intanto la bicicletta del cinema è andata perduta e Salvatore – detto il sergente – non ha ancora trovato una stoffa capace di assorbire la nostalgia e l’emozione che gli viene giù dagli occhi: “Nuovo cinema paradiso, è la mia storia…” e ripensa alla sua bicicletta. E alla sua Vespa.
Campobasso, 5 maggio 2018



