RITRATTI - Giovanni che fa danni
Che disastro che era Gutenberg. Lo conoscevano per la distrazione, per la sua cattiva voglia di stare in bottega a mettere in ordine, a pulire, a fare i servizi più pesanti. Lui, ragazzino, si sentiva un artista ma con quel lavoro non poteva conoscere nessuna ragazza – cosa che accadeva all’amico lattaio – e, seppure ne avesse conosciuta qualcuna, non avrebbe avuto grosse possibilità viste le sue mani nere e il naso zebrato di inchiostro. Sempre dentro, sempre allo scuro.
Tanto per confermare il nomignolo di Giovanni che fa danni, una mattina del 1417, il padrone tipografo gli ordinò di spostare sul banco vicino la composizione di testo da stampare.
Il gatto fu accusato di essersi intromesso ma, in realtà, la colpa fu di Giovanni se la tavola finì a terra scomponendosi in qualche decina di parti.
Con la pazienza forzata di chi ha qualcosa da farsi perdonare, Giovanni ricompose la pagina alla meglio. Pezzi di frasi; parole intere o fratturate a metà. C’erano anche poche lettere sfuse: quattro consonanti – C, B ,H, R – con cui, in tedesco, si poteva tentare di comporre qualcosa. Di fatti, rimediando una U e una E, compose BUCHER che vuol dire libri…e, giocandoci ancora, tirò fuori CHERUB che vuol dire cherubino. Libri del cherubino? Libri di Santi…ah, si, libri sacri!
Giovanni, dal guaio procurato, trasse l’idea degli anagrammi prim’ancora dei caratteri mobili e fu, con questi ultimi, che cambiò la storia scrivendo la Bibbia e cambiando la vita di tanti altri Giovanni che, da allora fino a oggi, hanno fatto i tipografi.
L’ultimo Giovanni di Campobasso sta per svuotare la sua bottega di Piazzetta Palombo. Dopo 42 anni chiuderà i suoi cassetti, renderà al ferrovecchio il piombo dei caratteri e terminerà il suo racconto con un punto.
L’ultimo Giovanni di Campobasso sta per svuotare la sua bottega di Piazzetta Palombo. Dopo 42 anni chiuderà i suoi cassetti, renderà al ferrovecchio il piombo dei caratteri e terminerà il suo racconto con un punto.
Vorrei un biglietto, gli dico e lui pensa e dice che sono un matto! L’epoca del biglietto fatto a mano è al suo settimo giorno, quello della tregua dopo il lavoro. Sei un matto!!! Mi ripete ma io insisto e allora lo convinco:
Ci scriva Narratografo, e nient’altro.
Deve rimanere fuori dal tempo.
Come i martelli di una macchina da scrivere, le braccia di Giovanni raggiungono velocissimi le caselle dei cassetti e selezionano un carattere dal mucchio: dalle caselle più grandi saltano fuori le vocali e da quelle più piccole le consonanti. La radio trasmette i brani degli anni ‘60 che i mobili di legno antico sanno ancora canticchiare.
Uno per uno, i caratteri di piombo scivolano sul binario componendo parole con le lettere al contrario; tesserine sottili dettano il ritmo delle spaziature e delle interlinee per andarsi a inserire in un quadro più grande da montare nella macchina.
Oleati gli ingranaggi e riallineata la cinghia, la macchina parte come una locomotiva. I rumori di ruote che si agganciano, arie che sbuffano e colpi che battono, impressionano ancora come quando c’era la rivoluzione industriale. Pensare che dentro quella macchina ci sono passati i manifesti con i programmi politici e i biglietti degli sposi, ognuno stampato con colori e pressioni diverse.
Le dita nere, contaminate dal piombo, ora si imbiancano del borotalco necessario per non far macchiare i biglietti fissati con uno spillino e da sostituire rapidamente durante la stampa. L’ultimo biglietto plana sul tavolo mentre Giovanni spegne la macchina:
Per licenza poetica,
narratografo te l’ho scritto con la minuscola.
Grazie, Giovanni!
Campobasso, 21 aprile 2018


