La terra e la pietra - I portali nelle terre di Klimt
La terra, se te la compri, non è che te la puoi mettere in tasca o riporre nell'armadio. La devi lasciare sotto al cielo, indifesa dall'universo, a comporre distese mosaicate come quadri di Klimt. La tua tessera di campo puoi staccionarla, metterci una rete, conficcarla con dei termini di pietra...ma la terra resta sempre di proprietà della terra. Qualcuno l'aveva capito e, a malincuore, lo aveva accettato.
Più grande era il latifondo e più fatica rubata al campo ci voleva. Dunque il latifondista, con gli occhi lunghi fino ai propri confini, pensò di montare niente di più di un ingresso al proprio podere: avrebbe dato un nome al terreno, quindi alla Masseria e magari alla contrada. Avrebbe reso quel varco come un casello dove saperne di più sulla volontà delle mani che volevano entrare a faticare e dove scrutare, fino in fondo, gli occhi dei mezzadri per capirne di più sull'onestà della semina e del raccolto.
Bastavano un paio colonne, anche a metà, e delle iniziali scalpellate sopra al migliore dei conci di pietra per battezzare gli ettari della propria coperta e farsi riconoscere come il padrone, l’unico col diritto di comando per far fruttare degnamente un pezzo di terra della terra.
Dalle mulattiere che sfilacciavano il tessuto di colture, piccoli capillari di passaggio indicavano il suolo minimo che poteva essere calpestato senza danneggiare quanto era stato seminato e quanto doveva essere raccolto. Dunque i portali in pietra, cornici di paesaggi in evoluzione, diventavano degli snodi tra le mulattiere e le strettoie incolte che servivano per capire la strada perché, come dice Maria della Guardia: “Non è che arrivavi e potevi buttarti nella terra, così…”
Un campo qualsiasi, 1 maggio 2018

