NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE

NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE
Coi suoi silenzi, il Molise è la terra del racconto. La taverna, la piazza, la chiesa, il gradone di casa, la bottega sono posti dove c’è sempre un pensiero da tramandare, una storia da condividere, una lacrima da piangere o un sorriso da rallegrare. È la terra del racconto perché, volendo, il ritmo del tempo consente di trovare anche un solo momento per parlare con le persone del posto e con quelle di fuori, con gli adulti e con i bambini.

Fagioli e confetti

Premessa importante:
Le persone ritratte nelle foto non sono, assolutamente, protagoniste del racconto. Le fotografie riprendono la lavorazione e la preparazione dei fagioli appena colti dunque si prestano al tema trattato. Riguardo alla storia, è una elaborazione di fatti realmente accaduti nei nostri paesini.


Tra la mano mia e la mano tua c’erano il guanto mio e il guanto tuo. Accessori bianchi e lustri sui nostri palmi selvaggi, deformati come zolle di campagna. Dal buio della chiesa alla luce del piazzale volarono confetti come petali bianchi. Togliesti dal mio velo anche un fagiolo e cambiò il tuo sguardo. Le forme affusolate dei legumi spiccavano come erbe infestanti sul lastricato della chiesa, in mezzo ai gentilissimi confetti. Giudizio, pregiudizio, maldicenza: era al matrimonio delle disoneste (poco di buono) che volavano i fagioli. Ed erano come quei sassi che, una volta lanciati, frantumano ciò che è fragile e non si può ricostruire.
Fui perdonata per colpe che non avevo e accettata perché all’epoca non si cambiava la moglie, ma l’ignoranza del sospetto non mi concesse alcuna libertà. E nessun chiarimento. Per questo odio i fagioli. Per questo la migliore coperta del mio corredo, cinquant’anni dopo, è crocifissa a terra con quattro cantoni. E ci passo con le scarpe sopra e con me ci passano le cimici e i cani. Coltivo i fagioli per poterli battere. Li percuoto con la mia forca che litiga con la sua ombra senza infilzarsi. I fagioli saltano e le bucce collassano. I legumi rimbalzano come schizzi d'acqua e si imbiancano prendendo al volo il sole prima di tornare a nascondersi sotto i frusci. Nessuna pietà ebbero quei fagioli, mezzo secolo fa, quando restarono sulla piazza e sul mio velo.


E con le mani alla quota delle suole, raggruppo gli acini avidamente, senza perderne nemmeno uno, come avrei voluto fare in quel momento di imbarazzo. Non ci fu tempo. Riempio il setaccio fino a colmare la misura, oscillo asincronicamente le spalle, le mani e il bacino e dal setaccio scrollo i residui nell'aria, saturando di polvere tutto l'ossigeno. Stringo il maccaturo (fazzoletto sulla testa) e riprendo a lavorare senza un solo lamento.
China sulla coperta, sullo staccio e sul sacco di fagioli: la mia gobba non è una colpa, è un difetto della naturale evoluzione, un peso alla libertà.
Un posto qualunque, 3 agosto 2018

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