La zuppetta
Mutandoni e maglia di lana; un pigiama da un pacco americano, calze massicce filate a cinque ferri e berretto infeltrito. Sono dentro il letto, sotto coperte intere, o tagliate a spezzoni, così da fare spessore, così da fare calore. Avvicino i piedi al mattone cotto dentro al fuoco che lascia rapidamente tepore al materasso.
La finestra accanto al letto ulula e trema per il vento freddo che la mortifica: la colpa è mia che non le ho accostato le persiane ma ho desiderio di vedere fioccare la prima neve di questo inverno. La voglio vedere mentre mi addormento e voglio contare, una per una, le pantacce spugnose che si aggrappano al vetro rendendo opaca la sua anima trasparente. È notte. Chiudo gli occhi.
Apro gli occhi. La luce è forte, perfettamente bianca. Acceca, ma lo fa così delicatamente che l’umore del risveglio è positivo. Sollevando le coperte perdo il calore della notte e corro al fuoco del camino con le mani in avanti.
Mio padre sorride e aspetta, invano, il buongiorno.
Il caffè in polvere è ancora separato dall'acqua.
Mia madre apre la finestra sigillata dal ghiaccio e col mestolo solca la neve superficiale per poter riempire la ciotola. Tolgo dal fuoco il caffè, brontolone nella bomba di latta, e lo verso nella ciotola di neve.
“Chi vuole un poco di zuppetta?”
Stamattina si fa colazione con neve e caffè…niente latte mentre il pane più secco lo lasceremo fuori alla finestra, per gli uccelli. Eccoli che arrivano a terra, beccano e volano via. Volo via anche io.
Sono tornato, per le feste di Natale. La mia casa è cambiata. Dico buongiorno a mio padre. Mia madre è cresciuta e sta preparando la zuppetta ai miei figli:
“Per voi che siete piccoli, solo zucchero e neve!”
Campobasso, 4 gennaio 2019

