Mo fanno lo sparo
Non ci dovevamo allontanare, ce lo dicevano al mattino per il giorno e ce lo ripetevano a pranzo per il pomeriggio. Le strade del paese erano come i corridoi di casa nostra; le stanze a bordo vico era come se fossero tutte nostre. Era nelle campagne che non volevano lasciarci andare perché, lì, facevamo a pietrate o provavamo le cose di nascosto. Così, scappando per la campagna, qualcuno conosceva l’officina di Paradiso:
“…zi’ zi’!!! Cumm ze và?”
Al saluto del nostro capobanda, Paradiso rispose scalciando e smanacciando:
“Uagliù, jatevenne!
Qua non ci dovete venire???
Risalite a Campolieto, jamme jà!”
E prendendo la strada del paese decidemmo di tornare nuovamente da Paradiso, vicino alla bottega. Stava su una sedia di paglia, col grembiule. Prendeva una carta da pane, la riempiva lentamente con certe polveri, la incollava con acqua e farina e la chiudeva, a volte a forma di cipolla e a volte a forma di pannocchia. Annodava gli spaghi, appuntava qualcosa su un taccuino da tasca e sistemava i paccotti dentro a cassette di legname.
La tentazione di colpirgli il portone con i sassi era forte – era il nostro gioco – ma quella mattina aspettammo fino a mezzogiorno quando lui uscì sull’aia a mangiare il pane, sotto i frusci di vite e di fico. Lo sguardo burbero intuì la nostra presenza e, caricata la fionda, ci intimò di venire allo scoperto:
“Uscite da là dietro, ma non vi avvicinate ‘che vengo io!!!”
Non scappammo. Piuttosto, chiedemmo:
“Ma cos'è che fai e che noi non possiamo vedere?”
Avrebbe potuto risponderci di occuparci degli affari dei ragazzi ma invertì il pensiero:
“Sabato che viene è san Michele, lo sapete o no?!”
Avevamo perso la parola. Riprese:
“A san Michele che si fa?”
Potevano farsi tante cose, ma manco una ce ne veniva in mente. Continuò, ancora:
“Uagliù, a san Michele è festa.
E se è festa si fa lo sparo.
E chi lo fa lo sparo?”
Eh, veramente…chi lo fa lo sparo?, ci chiedevamo guardandoci senza parlare. Per fortuna che parlava lui:
“Lo sparo lo faccio io!
E voi qua non ci dovete venire perché l’officina può fare una botta grossa
e ci facciamo male io e voi.
Mi avete capito?”
A domanda, come la buona educazione sconsigliava, risposi con un’altra domanda:
“Zio Frà, ma questi spari li avete inventati voi?”
Rimettendo il pane nella carta decise di dedicarci il tempo del suo pranzo:
“In un posto che voi non conoscete c’era una montagna a punta.
Sopra a quella montagna ci faceva estate e ci faceva inverno; ci faceva giorno e ci faceva sera.
E proprio una notte, quando nelle case si dormiva, è scoppiata la cima del monte.
E proprio una notte, quando nelle case si dormiva, è scoppiata la cima del monte.
Il fuoco usciva a zampilli e tutto faceva rumore, tremava.
Il monaco faceva le croci e diceva che stava arrivando la fine.
La campana, che vedeva tutto dall’alto, martellava impazzita.
Frecce incendiarie partirono ogni sera per scoraggiare il demone del monte che,
dopo giorni e giorni di immaterializzata battaglia,
pensarono di aver sconfitto con tre fuochi lanciati a catapulta.
In realtà, se l’erano presa con l’eruzione del vulcano…pensate un poco che ignoranza!
Ma l’ignoranza, cari giovanotti, menò la fiamma alla miccia dell’ingegno
ed è così che inventarono gli spari! Li inventarono perché ogni anno, in testa loro,
dovevano ricordare quando sconfissero Lucifero sopra la montagna.”
Domandai:
“Ahhh, ma quindi perciò vi chiamate Paradiso:
perché voi bombardate il demonio!!!”
Era un settembre degli anni ‘20 e tante cose non le capivo. Si fece una risata e disse:
“Zì zì, non c’entra niente Lucifero con quello che faccio io:
fare lo sparo mi fa divertire, colora il cielo, mi fa voler bene dalla gente.
Lo sparo è arte, è ingegno. Lo sparo è una festa…
Pure il Padre Eterno creò l’universo con un fuoco d’artificio e, ci scommetto il cappello,
con tre botti di fuoco d’artificio lo farà finire!”
Campobasso, 12 febbraio 2019
