NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE

NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE
Coi suoi silenzi, il Molise è la terra del racconto. La taverna, la piazza, la chiesa, il gradone di casa, la bottega sono posti dove c’è sempre un pensiero da tramandare, una storia da condividere, una lacrima da piangere o un sorriso da rallegrare. È la terra del racconto perché, volendo, il ritmo del tempo consente di trovare anche un solo momento per parlare con le persone del posto e con quelle di fuori, con gli adulti e con i bambini.

Era come se nevicasse tutti i giorni


Mi scoprivano con una facilità che non sapevo spiegarmi e neanche me la spiegavano. Cercavo, di volta in volta, nascondigli più introvabili ma in un attimo, se necessario, sapevano dove fossi.
Nascondersi, per un bambino, significa provare le emozioni dell’indipendenza e il gusto della disobbedienza. Sentirsi cercare, poi, è uno sfizio da bandito del far west...farsi trovare ė una sconfitta da bandito dei fumetti.


Il mulino era grande, c’erano nascondigli ovunque: nei sacchi vuoti ci entravo fino al ciuffo ed era sufficiente. Pure dietro il portone grosso ci entravo ma era il primo posto dove venivano a cercarmi. Sotto la palafitta della macina era il nascondiglio più affascinante perché avevo un tetto, la luce filtrava poco ed ero davvero al sicuro rispetto agli inseguimenti immaginari.
Per costruire il mio arsenale da fuorilegge facevo furti di spighe dai sacconi in groppa ai ciucci che arrivavano. Ne prendevo tante quante ne entravano nel mio pugno. Con la testa della spiga ci facevo i colpi per una cerbottana che nessuno, in paese, poteva sognare! Con i gambi, ben allineati e legati, ci facevo delle frecce che non infilzavano ma mi permettevano di impensierire i topi da granaio. Per questo non volevo che mi cercassero perché avevo un mulino da difendere dalle invasioni degli animali. E avevo bisogno di un posto dove costruire le armi e nasconderle dai padroni del grano che le spighe, per la povertà che c’era, quasi le tenevano contate.


Essere trovato era come farsi arrestare ma se sei lo sceriffo del mulino, non c’è logica a farsi acciuffare.
Il mulino era rumoroso eppure si parlava e se ne sentivano tante quante alla fontana in piazza con la differenza che lì parlavano le donne e qui parlavano gli uomini.
I discorsi che facevano le massaie erano di amori, guai e civetterie. Gli uomini, invece, parlavano di donne - sottovoce - di raccolto, di animali e di desiderati ma inarrivabili trattori. Ad accomunare i discorsi delle donne e degli uomini, però, c’erano i proverbi che venivano dal tempo passato:

…sa’ cumme diceva tatone?
(Sai cosa diceva mio nonno?)

E partiva il modo di dire che erano le parole della saggezza, i termini dell’esperienza, i vocaboli dell’evoluzione dell’uomo contadino.

Sott’ all’acqua, fame
sott’ a la nev’ pan’!
(L'inverno piovoso porta fame,
l'inverno nevoso porta pane)

Io il pane lo mettevo agli uccellini infreddoliti:

Se ru cielle canuscesse ru grane
n'ze metesse.
(Se gli uccelli conoscessero il grano,
non ci sarebbe nulla da mietere)

Ascoltavo e non capivo. Forse avrei capito ma la verità è che non ascoltavo.
A giugno mio padre girava per le campagne e se il grano acerbo sbiadiva nella nebbia:

La negghia re giugne struie ru munne
(La nebbia a giugno è fatale per il benessere del mondo)

E le condanne erano severe:

Ogne trist pane dura n’anne
(Ogni carestia dura un anno)

Tuttavia, nel molino chiunque arrivava mi rassicurava:

I mugnai sono gli ultimi a morir di fame

E mio padre rispondeva:

Le chiacchiere non fanno farina. 
Chi prima arriva, macina!

La stessa cosa, più o meno, la predicava il prete:

Né alla messa, né al mulino
non aspettare il tuo vicino.

Il frate indovino, invece, citava:

La neve di gennaio diventa sale
e quella d'aprile farina.

…e al mulino era come se nevicasse tutti i giorni. Su quella patina di farina che si depositava a terra mi divertivo a fare le scivolate. Un giorno mio padre lasciò la macina per dar la caccia a un topo maldestro che da qualche giorno rosicchiava i sacchi. Seguiva le impronte delle zampette del roditore...fu lì che capii come, in tutto quel tempo, scovavano anche me nei miei nascondigli più remoti: le impronte dei miei piedini su quella neve calda e asciutta erano la mappa di tutte le mie scorribande che non potevo fare più perché, da quella estate, decisero che avrei dovuto iniziare a lavorare nel mulino.


Matrice, 1 settembre 2018

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