NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE

NARRATOGRAFO, IL CANTASTORIE DEL MOLISE
Coi suoi silenzi, il Molise è la terra del racconto. La taverna, la piazza, la chiesa, il gradone di casa, la bottega sono posti dove c’è sempre un pensiero da tramandare, una storia da condividere, una lacrima da piangere o un sorriso da rallegrare. È la terra del racconto perché, volendo, il ritmo del tempo consente di trovare anche un solo momento per parlare con le persone del posto e con quelle di fuori, con gli adulti e con i bambini.

Ritratti - La donna che balla


Il giorno di festa me lo ricordo per le scarpe di legno che potevo indossare al posto dei zampitti. Facevano rumore più di tutto il resto, almeno fino a quando non arrivava la banda e copriva tutti i rumori. Almeno fino a quando non facevano lo sparo che copriva tutti i rumori. Almeno fino a quando, la sera, gli organetti suonavano sotto le lampadine del buio quelle canzoni che avevano sempre lo stesso giro di accordi e di bassi.
La melodia festosa, però, non badava a chissà quali leziosi ricami musicali: contava il giusto ritmo per ballare e rendere indimenticabile l’unica serata dell’anno. Si suonava anche con la mietitura, con la vendemmia e col sacrificio del maiale ma io che ero femmina - nell’età di una bambina e nei doveri di una donna - dovevo preparare, cucinare, lavare, spazzare. Al divertimento noi donne non venivamo educate.
La musica è stata la mia ribellione, condotta da un cuore vivace e da due gambe ballerine.
Alternando un ginocchio avanti con l’altro indietro e tirando appena appena la gonna lunga con le mani, accompagnavo in maniera composta la mazurca o il valzer che il fisarmonicista amplificava col mantice: le coppie adulte ballavano. Mio padre, tutto d’un pezzo, no. Quindi neanche mia madre. Quindi i suoi baffi immobili e i suoi occhi fermi vollero che le mie mani si allineassero al piombo delle gambe rendendo composta la gonna che da sopra la caviglia cadde a riparare gli spazzilli.
Trascorse un anno intero. Un anno preciso ed era festa di nuovo. Io ero una ragazza di un anno in più, un tempo sufficiente a fare sempre meglio i doveri di donna e a a maturare decisioni da adulta, anche controtendenza: tornata dai campi tolsi l’abito, unico, del lavoro e ricomposi l’abito, unico, della festa: veste lunga con il nastro a spezzare le pieghe in vita; fazzoletto per la testa e calze a colore dei ceci, senza trasparenze. Erano gli zoccoli in legno che non trovavo e non è che potevo scendere in piazza coi zampitti!
Mio padre non aspettò. Mia madre, in accordo coi principi dell’uomo che portava accanto ma senza averli mai neppure riflettuti e discussi, neppure mi aspettò. 
Temevano il peccato del ballo e non avrebbero saputo affrontare l’imbarazzo della mia gonna che era rimasta della stessa lunghezza di sempre mentre io ero cresciuta. Come se crescere fosse il disonore delle mie caviglie e della nostra famiglia.
La piazza era chiamata a raccolta ma, prima delle fisarmoniche, la festa maturava in chiacchierate, bicchieri attuzzati, noccioline croccarelle e gelati colanti.

"E vostra figlia non è venuta?"

"No, il sole di oggi le ha fatto giramento di testa"

...e mentre il complessino avviava le prime cariche note, arrivai con la mia gonna e senza scarpe a ballare, senza rimorsi, nella festa più bella dell’anno. La malizia era dell’uomo mentre la purezza era nei miei passi e nella gonna che volteggiava con dignità e grazia.
Non durò molto il ballo. Durò di più la punizione: un anno intero. Ma l’anno successivo ballai di nuovo, un po’ di tempo in più:

"Tu un marito non lo trovi!"

Questo era il pensiero che mi volevano mettere. Che sarei rimasta sola e povera per quella vergogna. Invece sposai quello che suonava la fisarmonica e ho potuto ballare tutta la vita...per tradizione, sempre scalza, fino a quando non ritroverò i miei zoccoli di legno. Che mio padre poggiò nel fuoco.

Un posto qualsiasi del Molise, 8 marzo 2020

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